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LICEO VITTORIA COLONNA Istituto Statale di Istruzione Superiore - Arezzo
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Storia dell'Istituto

La nostra scuola è nata nel 1866: con delibera del Consiglio Provinciale 12/1/1866 si istituiva, nei locali di S. Piero in via Bicchieraia, "una Scuola Magistrale allo scopo di provvedere alla necessità dell'istruzione popolare e di preparare educatori degni dell'alto, delicato ufficio". Non fu subito dedicata alla poetessa Vittoria Colonna: il primo documento trovato in cui compare il nome Vittoria Colonna è un registro del 1891, anno di regificazione della scuola. Il corso era di due soli anni e vi erano ammessi anche i maschi, però in classi separate.

Nel 1872, per le accresciute esigenze dì cultura ed in considerazione che la scolaresca era quasi esclusivamente femminile, le autorità rinnovarono la vecchia Scuola Magistrale, trasformandola in Scuola Normale Femminile, con tre anni di corso; per i maschi che si volevano dedicare all'insegnamento, venne istituita una cattedra di Pedagogia presso la Scuola Tecnica Comunale. Con la costante crescita della popolazione scolastica, i vecchi locali di S. Piero risultarono insufficienti, per cui, a fine ‘800, si stabilì di trasferire la Scuola Normale in via Porta Buia nell'ex monastero di S. Margherita, allo scopo opportunamente restaurato e modificato sotto la direzione dell'ing. arch. cav. Umberto Tavanti, il quale, come si legge in una cronaca dell'epoca, "non solo ha mostrato la sua valentìa nell'adattare l'antico e quasi cadente fabbricato ai bisogni della Scuola Normale, ma ha dato prova della sua personalità artistica trasformandolo nel bellissimo edificio da tutti ammirato.

Nella primavera del 1900 la Scuola ha occupato il nuovo locale. Provvisto di due grandi cortili di accesso, di un prato soleggiato per la ricreazione, di un orto sperimentale per l'insegnamento dell'agraria, di aule ampie e luminose, e di un'aula magna per conferenze e feste scolastiche, può ritenersi uno dei migliori edifici scolastici del Regno". 

Nell'anno 1923-24, con la legge Gentile, la Scuola Normale diventa Istituto Magistrale; il corso di studi è sempre di tre anni ed i maschi tornano a riunirsi alle femmine. 

Nel 1940, a seguito della riforma Bottai, il corso di studi dell'Istituto Magistrale viene portato a quattro anni. L'entrata in guerra non modifica più di tanto la vita scolastica, che viene invece stravolta dai bombardamenti del gennaio 1944, che distrussero gran parte dell'edificio (miracolosamente si salvarono sia l'antico chiostro, sia l'ex chiesa adattata a palestra). La segreteria si trasferì presso la scuola elementare di Santa Agnese, in via Pellicceria e le lezioni vere e proprie vennero sospese, anche se una certa attività scolastica continuò a Villa Sitorni, in località Piscinale presso Giovi.
Passato il fronte e finiti i pericoli, la scuola riprese il normale funzionamento, ma, in attesa della ricostruzione, le lezioni venivano tenute in vari ambienti della città, fra cui il Vescovado. Il ritorno in via Porta Buia avvenne nel 1948, dopo una fedele ricostruzione dell'edificio, ma non degli splendidi intonaci.
Il dopoguerra trova il nostro istituto capace di un dignitoso progresso malgrado la confusione ed i tentennamenti che a livello dirigenziale continuano a caratterizzare la formazione dei maestri; progresso che raggiunge il suo apice nel 1966/67 con un numero record di iscritti (834, di cui 109 maschi e 725 femmine); siamo alla vigilia del 1968, anno di quella contestazione studentesca che troverà nel nostro istituto un'espressione particolarmente vivace.

Le sperimentazioni, figlie del vento riformatore sessantottino, trovano nel nostro istituto una adozione un po' tarda; solo nell'anno scolastico 1986/87, il preside Fisichella, assieme ad un gruppo di professori, in mezzo a difficoltà sia interne che esterne, riesce ad avere l'approvazione ministeriale per due maxi sperimentazioni quinquennali, una socio-pedagogica ed una linguistica, che risolleveranno le sorti di un Istituto Magistrale ormai in declino.
Nel 1993 tali due sperimentazioni furono sostituite da due analoghe sperimentazioni del Piano Brocca. 

Infine, nel 1999, dato il previsto obbligo di laurea per accedere all'insegnamento elementare, si è dovuto abolire il "corso normale" dell'Istituto Magistrale, sostituendolo col quinquennale Liceo delle Scienze Sociali. Oggi i corsi presenti nel nostro Liceo sono il Linguistico, il Linguistico EsaBac, le Scienze Umane e le Scienze Umane Opzione Economico e/o Teatrale.


STORIA DI UN MONASTERO DIVENUTO LICEO

Il Liceo Vittoria Colonna- come annota Mario Salmi in Civiltà artistica della terra aretina-  ha sede in un edificio sorto dalla trasformazione dell'ex monastero femminile di Santa Margherita. Questo monastero venne fondato agli inizi del 1300 per le Suore terziarie francescane. Il monastero di Santa Margherita è ritratto nel particolare dell'affresco, appartenente al ciclo della Leggenda della Vera Croce nella Basilica di San Francesco ad Arezzo, sulla parete sinistra di Cappella Bacci, ritraente la  Veduta di Arezzo, dove Piero della Francesca illustra il ritrovamento delle croci di Gesù e dei ladroni da parte dell'Imperatrice Elena. Tale dipinto è un omaggio ad Arezzo, ma, per la nostra scuola, fornisce la testimonianza di come a metà Quattrocento il Monastero di Santa Margherita, alla luce della testimonianza del Vasari nelle Vite, fosse un centro religioso di grande importanza e al contempo comprova- come riferisce Angelo Tafi in Immagine di Arezzo - che esso è la struttura originaria del nostro Liceo, che è il più antico e monumentale della città di Arezzo.

Agli inizi del 1500, sia per fronteggiare una crisi di vocazioni e sia per ragioni economiche, tutti i monasteri aretini di Clarisse (escluso quello di S. Chiara Novella da poco fondato), furono soppressi e tutte le suore furono trasferite nel monastero di S. Margherita, allo scopo ampliato e trasformato.
E' in questo periodo (inaugurazione nel 1520) che venne costruito 
il chiostro, unica parte monumentale rimasta a testimoniare la suggestiva e semplice bellezza dell'antico Convento di Santa Margherita, che ospita oggi spesso mostre di arte ed esposizioni fotografiche, organizzate dal Liceo Vittoria Colonna.

Nel 1583 il Visitatore come annota Angelo Tafi- trovò nel convento 66 suore e ne fissò il numero a 50 perché in più mancavano loro i mezzi per vivere. Lo stesso Visitatore ci dice che la chiesa era molto bella; aveva tre altari con sacre immagini e vi erano altre pregevoli opere d'arte. La più importante opera era una tavola  di Margaritone d'Arezzo, la Madonna col Bambino in trono, che, come testimonia Giorgio Vasari nelle Vite, era posta nel tramezzo della chiesa, oggi emigrata a Londra (National Gallery) dopo una delle due soppressioni degli ordini monastici. Sull'altare maggiore della chiesa era posta La Madonna col Bambino e santi  del Signorelli  conservato nel Museo statale d'arte medievale e moderna di Arezzo. Inoltre  sono esposte nel Museo di Arte Sacra di Arezzo la Nascita, la Presentazione al Tempio e lo Sposalizio della Vergine. Una Crocifissione del Margaritone, una Annunciazione di Domenico Pecori e un S. Michele Arcangelo del Bonci, sono andati persi. Attualmente della ex chiesa, ristrutturata nel 1784, è rimasta parte della struttura architettonica ed un lavabo con un affresco molto rovinato, forse opera di Filippo Lippi. E' citata da varie fonti l'esistenza di un affresco di Lorentino d'Andrea, S. Francesco che riceve le stimmate, in un'aula del piano superiore; probabilmente è stato ricoperto da intonaco: è, pertanto, nostra intenzione ricercarlo e portarlo alla luce! 

Inoltre l'importanza del Convento di Santa Margherita è testimoniata da Giorgio Vasari nelle Vite che racconta di avere affrescato, nel 1542, in una cappella dell'orto del convento, una Natività di Cristo. Tale cappella è stata distrutta dai bombardamenti del gennaio 1944. Il convento, dopo la soppressione del 1866, restò disabitato o talvolta adibito ad abitazioni popolari, fino al 1896 quando si decise di trasformarlo in edificio scolastico. Studi, appalti e pratiche burocratiche fecero slittare l'inizio dei lavori ai primi del 1899, lavori che, sotto la direzione dell'ing. comunale Umberto Tavanti, si conclusero a fine 1899.                                                                   
L'inaugurazione avvenne verso la metà del gennaio 1900.  
Lo splendido edificio resse alle ingiurie del tempo, ma non a quelle della guerra, rimanendo in gran parte distrutto dai bombardamenti del gennaio 1944 (rimasero miracolosamente illesi il chiostro e l'ex chiesa). La ricostruzione, iniziata subito dopo la fine delle ostilità belliche, terminò nel 1948.
Senza grossi interventi, se non quelli dell'ordinaria manutenzione, l'edificio è arrivato ai nostri giorni dove, grazie a qualche stanziamento straordinario, si sono potuti affrontare alcuni lavori di conservazione e di ristrutturazione, e si sono potuti costruire moderni laboratori di psicologia, di informatica, di lingue e di musica. Ma ancora il Liceo Vittoria Colonna necessita di finanziamenti per il restauro e la valorizzazione del suo edificio storico-monumentale.

CHI ERA VITTORIA COLONNA?

L’angolo riservato alla storia del nostro Istituto cerca di ricostruire l’importanza Vittoria Colonna, a cui è intitolato il liceo aretino di Via Portabuja. Vittoria va dunque ricordata in quanto prima donna centrale della cultura del ‘500 , poiché questa straordinaria creatura incarna l’espressione più alta e viva del Rinascimento in quanto entra nei dibattiti culturali e teologici del tempo prendendo posizione di apertura e di dialogo verso le nuove teorie luterane in un momento complesso per la Chiesa come quello della Riforma e la Controriforma. Ma Vittoria rimane nella storia soprattutto perché fu una delle più grandi poetesse del ‘500 tanto che venne definita “la Petrarca al femminile” e attirò un gran numero di artisti, studiosi, umanisti e poeti tra cui Iacopo Sannazzaro Michelangelo legato a lei da grande amicizia.

Fu anche decantata per la sua virtù e bellezza tanto da ispirare poeti come Ludovico Ariosto che, nell’Orlando Furioso, dice che il nome le deriva dall’essere “nata fra le vittorie” e la paragona alle donne più celebri della mitologia e dell’antichità. Papi ed imperatori le attribuiscono un animo, uno spirito e un intelletto da uomo. Il papa Paolo III Farnese tenne in considerazione i suoi consigli per la nomina dei cardinali e persino per la successione al soglio pontificio. Inoltre Vittoria, per evitare uno scisma nella chiesa, si avvicinò ai porporati progressisti: Pole, Contarini e Giberti che facevano parte degli “spirituali di Viterbo” propensi al dialogo con i seguaci di Lutero e Calvino. Questi, prima del Concilio di Trento, cercavano di porre le basi di un rinnovamento della Chiesa nell’aspirazione ad un ritorno al primitivo spirito del Vangelo. Non ultimo suo merito è quello di aver saputo, come nessun altro, parlare al cuore scontroso del grande Michelangelo: per la sua natura eccelsa la marchesa di Pescara riuscì a plasmarne l’anima, facendone l’opera d’arte perfetta nell’ambito dello spirito e influenzando lo stile delle opere nelle qu ali l’artista esprimeva la sua religiosità, come testimoniano le sculture e le pitture della cosiddetta “terza maniera”.

Vittoria nacque nell’aprile del 1492 nel Castello di Marino sui Colli Albani da Agnese di Montefeltro (figlia di Federico duca d’Urbino) appartenente ad una delle più antiche famiglie principesche d’Italia e da Fabrizio Colonna uno dei più grandi Capitani del suo tempo.

Fanciulla di rara bellezza adornava le sue chiome, dai riflessi dorati, di fiori leggeri, come viene raffigurata in un presunto ritratto di Michelangelo. I suoi genitori la indirizzarono nello studio delle Lettere e le inculcarono virtù morali a cui comunque era naturalmente predisposta. Crebbe tanto in sapere e in bellezza sia interiore che esteriore che i Duchi di Savoia e di Braganza chiesero la sua mano.

Intanto i Colonna, che per ragioni politiche si erano trasferiti a Napoli, entrarono in amicizia con la famiglia D’Avalos che li ospitò per molti anni al Castello di Ischia. Vittoria sposò dunque Francesco Ferrante D’Avalos a poco più di sedici anni senza mai aver visto il suo sposo, ma per fatalità tra i due nacque un amore fortissimo che li accompagnò per tutta la durata della loro vita. Il legame stretto fra due discendenti di tanto illustri casate fu ovviamente molto fastoso e memorabile per il lusso e la magnificenza del convito e si svolse nel Castello Aragonese di Ischia.

Ben presto Ferrante, infatti, insignito anche del titolo di marchese di Pescara, lasciò la giovane sposa, e partì agli ordini del suocero Fabrizio Colonna, militando sotto le bandiere spagnole nella guerra che opponeva Ferdinando il Cattolico al re di Francia.

Vittoria dopo il suo matrimonio dimorò quasi ininterrottamente a Ischia nel Castello Aragonese dal 1509 al 1536.

Il Castello di Ischia divenne una raffinata corte, frequentata dai maggiori ingegni del tempo e da numerosi accademici napoletani.

La sua attività letteraria potrebbe essere ripartita in tre periodi: nel primo, anteriore al 1538, in cui è predominante il tema amoroso ,compone le Rime suddivise in Rime amorose e Rime spirituali a questo tema, nel periodo compreso fra il 1538 e il 1540, si aggiunge il problema religioso che, nel terzo periodo (dal 1540 al 1547) diviene il motivo predominante negli scritti della marchesa: tra questi: il Pianto per la Passione di Cristo e l’Orazione sull ’Ave Maria . Ebbe anche un intenso carteggio con Michelangelo dove si riflettono le fasi più tormentate delle loro vite.

Vittoria, benchè si dolesse molto di dover vivere lontana da lui, non cercò mai di distoglierlo dal dedicarsi alle attività belliche ricordandogli soltanto di non lasciarsi accendere troppo dal desiderio della gloria e di curarsi della propria salute. Il marchese, appena arrivato in campo, giovinetto di 21 anni, per il suo valore venne scelto all’importante carica di Capitano dei Cavalleggeri. Pochi mesi dopo, combattendo coraggiosamente nella battaglia di Ravenna, fu fatto prigioniero dai nemici e condotto a Milano dove rimase in carcere per poco tempo in quanto, per intercessione di suo zio materno, fu liberato.

In questa occasione scrive un piacevole “Dialogo d’amore” per la sua sposa Vittoria nel quale esprime l’amore che le porta e quanto gli duole stare lontano da lei. Rimasta sola la giovane donna si dedica allo studio delle buone lettere e, per poter farlo meglio, si reca da Ischia a Napoli dove, nei giorni di riposo delle sue attività belliche, può anche incontrare il suo sposo e godere insieme con lui le delizie della campagna.

Dopo la morte del marito, nei sette anni successivi alla vedovanza pianse costantemente la morte di lui e compose Rime in suo onore lasciando ai posteri un raro esempio di costanza e fedeltà coniugale.
Tornata a Roma chiese il permesso di ritirarsi nel convento di san Silvestro in Capite a papa Clemente VII, il quale acconsentì, ma con espresso divieto di prendere il velo. Questo fu solo l’inizio del suo peregrinare che la condusse di preferenza nella quiete dei conventi, dove scrisse versi e lettere pieni di rimpianto per il “bel sole” perduto.

Allora Vittoria aveva 35 anni e, ancora di fresca bellezza, era divenuta celebre come poetessa e letterata perciò alla sua mano aspiravano vari principi verso i quali cercavano di disporla i suoi fratelli per ragioni politiche, ma lei, ben lontana dall’ascoltarli, usava loro rispondere “ che il suo sole , quantunque dagli altri fosse riputato morto, appresso di Lei, sempre vivea”. Quando nel 1531 a Napoli scoppiò la peste e raggiunse anche Ischia , Vittoria si trasferì ad Arpino e di là a Roma dove incontrò il grande Michelangelo nel 1538 . Nacque un’amicizia indissolubile e profonda: un legame forte e segreto fatto di ideali e di fede. Nel libro la poetessa e l’artista figurano come interlocutori uniti da un intenso scambio di idee e da comuni interessi poetici. Il colloquio tra Vittoria e Michelangelo, iniziato negli incontri romani e rinsaldato nelle lettere, non può non esprimersi anche nella poesia, come documenta lo scambio di rime tra i due. Quando Vittoria si spegne il 25 febbraio 1547 dopo lunghissima malattia, Michelangelo visitò la salma di Vittoria Colonna. L’Inquisizione, intanto, andava raccogliendo prove contro di lei che, con le sue idee e posizioni di avanguardia femminista, assunte negli ultimi anni della sua vita, fu sospettata di eresia.